Danno esistenziale ed i confini dell’art. 2059 c.c.

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La categoria del danno esistenziale è stata, nell’ultimo decennio, la vera protagonista, in dottrina e giurisprudenza, del dibattito culturale sul contenuto ultimo del danno non patrimoniale.

La problematica inerente la risarcibilità del danno non patrimoniale nel nostro ordinamento nasce dalla formulazione dell’art. 2059 c.c. , che prevede tale forma di tutela solo nei casi previsti dalla legge ( su tutti l’art. 185 c. p. ), e dalla esigenza di adeguare il dettato codicistico alla Costituzione ed ai diritti inviolabili della persona. Quindi, l’esigenza di assicurare il risarcimento del danno non patrimoniale, anche in assenza di reato in caso di lesione di interessi di rilievo Costituzionale, ha indotto dottrina e giurisprudenza ad una continua e conflittuale elaborazione di formule e nozioni di danno esistenziale. Ma questa continua evoluzione concettuale risultava puntualmente insoddisfacente soprattutto per l’eccessiva astrattezza del concetto stesso di danno esistenziale come <<qualsiasi compromissione delle attività realizzatrici della persona>> che finiva per rendere risarcibile qualsiasi capriccio del danneggiato, interpretandola come aspirazione della felicità piuttosto che come esigenza dell’ordinamento.

La sez. III civile della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza 25/02/2008, n. 4712, ha finalmente rinviato alle Sez. Unite le quaestio iuris in ordine ad otto quesiti che sono il risultato di tutti i dubbi che il “diritto vivente” ha partorito in tanti anni di confusione ed arbitrii dei giudici di merito.

Orbene è proprio a chi è chiamato ad applicare la legge che la sentenza del novembre 2008 delle sez. unite fornisce un “libretto d’uso” sulle tecniche di risarcibilità del danno esistenziale.

Preliminarmente va rilevato che negli ultimi anni si sono formati due distinti e contrapposti orientamenti giurisprudenziali in tema di danno non patrimoniale, l’uno favorevole alla configurabilità del c.d. danno esistenziale, quale categoria distinta ed autonoma rispetto al danno biologico ed al c.d. danno morale soggettivo, l’altro contrario.

In particolare il danno esistenziale veniva individuato in qualsiasi lesione di diritti ed interessi costituzionalmente garantiti inerenti la persona umana, diversi dal diritto alla salute, che sconvolgesse le attività a-reddituali del soggetto leso, e si sarebbe distinto sia dal danno biologico, giacché non presupponeva una lesione in corpore, sia da quello morale giacché non consisteva in un mero patema d’animo interiore di tipo soggettivo.

Le Sez. Unite della suprema Corte di Cassazione, con la pronuncia 26972/08, hanno consacrato un cambiamento di rotta rispetto ai precedenti orientamenti giurisprudenziali, soprattutto attraverso una rilettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., norma nella quale trova il proprio fondamento giuridico il risarcimento del danno non patrimoniale, inteso nella sua più ampia accezione, riportando il sistema della responsabilità aquiliana nell’ambito della bipolarità prevista dal vigente codice civile tra danno patrimoniale (art. 2043 c.c.) e danno non patrimoniale (art. 2059c.c.).

Dal punto di vista della struttura dell’illecito, che si articola negli elementi costituiti dalla condotta , dal nesso eziologico tra condotta e evento dannoso e dal danno che ne consegue, le due ipotesi risarcitorie (danno patrimoniale e non) si differenziano con riferimento all’evento dannoso, ossia la lesione dell’interesse protetto.

Con riferimento a tale ultimo aspetto mentre il risarcimento del danno patrimoniale da fatto illecito è caratterizzato dalla atipicità, giacché l’ingiustizia del danno, di cui all’art. 2043 c.c., postula la lesione di qualsiasi interesse giuridicamente rilevante, il risarcimento del danno non patrimoniale è connotato da tipicità, posto che tale danno è risarcibile solo nei casi determinati dalla legge e nei casi in cui sia cagionato da un evento dannoso consistente nella lesione di specifici diritti inviolabili della persona.

Le Sezioni Unite precisano, pertanto, che il danno non patrimoniale di cui parla l’art. 2059 c.c., si identifica con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica ed inoltre il suo risarcimento presuppone la verifica della sussistenza degli elementi nei quali si articola l’illecito civile extracontrattuale definito dall’art. 2043 c.c..

La tutela risarcitoria sarà riconosciuta qualora il pregiudizio sia conseguenza della lesione almeno di un interesse giuridicamente protetto, desunto dall’ordinamento positivo, comprese le convenzioni internazionali, quale ad esempio la Convenzione Europea della salvaguardia dei diritti dell’uomo e sempre che sussista il requisito dell’ingiustizia così come previsto dall’art. 2043 c.c..

Restano esclusi dalla tutela risarcitoria, a titolo di danno esistenziale, i pregiudizi consistenti in disagi, fastidi, disappunti, ansie, ecc…ai quali, invece, è stata sino ad ora riconosciuta una qual certa tutela, soprattutto ad opera dei giudici di pace, con la inevitabile conseguenza di dar luogo alla proliferazione delle così dette liti bagatellari.

Infatti ai fini dell’ammissione al risarcimento dei danni non patrimoniali alla persona, devono sussistere quali requisiti essenziali, la gravità della lesione e la serietà del danno patito: tali elementi devono essere accertati caso per caso dal giudice secondo il parametro rappresentato dalla coscienza sociale in un determinato momento storico.

La vera portata innovativa della pronuncia delle Sez. Unite della Corte di Cassazione consiste nell’aver ribadito, in modo chiaro ed univoco, che il danno non patrimoniale è una categoria generale, non suscettibile di essere suddivisa in sottocategorie in vario modo etichettate: in questo modo sono venute meno le precedenti distinzioni tra danno esistenziale e danno morale soggettivo, che adesso rientrano tutte indistintamente nella più ampia e generica categoria di danno non patrimoniale.

a cura del Dott. Luca Giosi e del Dott. Luciano Meletopoulos 

 

 

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