"L'INTERVISTA" a cura di Argia di Donato, Home page

Uso presunto di marche da bollo false: ed è scandalo per l’avvocatura. La risposta dell’Avv. Alfredo Sorge


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La classe forense non vive certamente il suo periodo migliore e sulla stessa ricadono tutte le problematiche anche economiche in cui versa il Paese. Su questo argomento l’avvocatura è tenuta a far sentire la propria voce affinché vengano rimossi quei limiti assurdi imposti ai compensi professionali e posto un freno alle inique liquidazioni degli onorari da parte della Magistratura che viceversa devono essere sempre rapportate alla qualità e quantità del lavoro svolto.

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Alfredo Sorge,
Avvocato penalista e Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Napoli

Avvocato Sorge, è di pochi giorni fa lo scandalo che ha visto protagonisti alcuni colleghi campani indagati di truffa in concorso e di falso, per la presunta detenzione e il presunto uso di denaro e di valori bollati falsi. Ma ciò che colpisce di più – in questo frangente e al di là della notizia in sé – , è leggere su alcune testate i nomi dei 101 indagati. Più che di un’operazione informativa sembrerebbe una manovra denigratoria, non trova?

«A mio avviso la pubblicazione dei nomi degli indagati e del titolo adoperato dal giornale che ha pubblicato la notizia costituisce un esempio di informazione lesiva dei principi di garanzia stabiliti dalla legge e dalla giurisprudenza rispetto a una vicenda in cui dal mio punto di vista l’avvocato è parte lesa. Deve sempre tenersi presente che un avviso di chiusura di indagini rappresenta soltanto la opinione di una delle parti processuali, il Pubblico Ministero, e spesso è una mera riproposizione del lavoro della polizia giudiziaria. È fuori da ogni logica sottoporre alla gogna mediatica il nome di persone perbene, in questo caso tanti stimati Colleghi, coinvolti finora dall’opinione soltanto dell’inquirente senza che questa impostazione abbia ricevuto il controllo da parte di un giudice».

L’espressione “accattoni”, utilizzata da uno dei giornali che ha riportato i nomi dei professionisti indagati, è sicuramente poco conforme all’etica che dovrebbe garantire il “decoro nella trasmissione delle notizie”. Non crede, tuttavia, che episodi del genere, accadano a causa della pessima considerazione che oggi si ha della classe forense?

 «La classe forense non vive certamente il suo periodo migliore e sulla stessa ricadono tutte le problematiche anche economiche in cui versa il Paese. Su questo argomento l’avvocatura è tenuta a far sentire la propria voce affinché vengano rimossi quei limiti assurdi imposti ai compensi professionali e posto un freno alle inique liquidazioni degli onorari da parte della Magistratura che viceversa devono essere sempre rapportate alla qualità e quantità del lavoro svolto. Se questo è vero, è anche vero che da tempo l’Avvocatura – in quanto espressione del pensiero libero – è oggetto di costanti attacchi da parte degli organi di informazione i quali – come nel caso di attualità – non mancano di colpire l’immagine ed il decoro della classe ciò che è inaccettabile e che deve vedere la reazione più ferma dell’Avvocatura unita».

L’informazione nella contemporaneità risente senza dubbio dell’effetto della “spettacolarizzazione”: un titolo più accattivante può captare con maggiore facilità l’attenzione del lettore. Sorvolando queste considerazioni, come avvocati siamo chiamati a tutelare il cittadino. Quale il sostegno che invece, come avvocati, riceviamo dai nostri ordini professionali? I Presidenti dei Consigli degli Ordini degli Avvocati di Napoli e di Napoli Nord hanno rilasciato le proprie dichiarazioni; ma provvedimenti concreti sono stati adottati?

«Come penalista, posso dire che questo è un problema che purtroppo accompagna tutti i processi cd. mediatici ovvero quelli in grado di attirare maggiormente l’attenzione del lettore o dello spettatore, problema che finisce con il condizionare lo stesso operato degli addetti ai lavori: se da un lato occorre invocare una maggiore sensibilità da parte dei giornalisti, anche l’Avvocatura è chiamata a non permettere che sia divulgata soltanto la tesi accusatoria, facendo sentire la propria voce ed adoperando tutti gli strumenti di comunicazione consentiti dalla legge e dal codice deontologico.

Quanto alle azioni concrete, debbo dire che insieme ad altri consiglieri dell’Ordine di Napoli, i colleghi Rossi, Imparato e Foreste, abbiamo nell’immediatezza della notizia di stampa chiesto al Presidente del nostro COA la convocazione di una riunione del Consiglio ad horas per adottare tutti i provvedimenti del caso. A tal proposito abbiamo richiamato sia l’enorme danno che l’intera classe ha subito dal titolo e dall’articolo in parola, sia anche che la legge sulla stampa emanata nel 1948 prevede che per i reati di diffamazione a mezzo stampa il processo si celebri con rito direttissimo e la sentenza venga emessa nel più breve tempo possibile, avendo apprezzato il Legislatore già nell’immediato dopoguerra la gravità lesiva di una diffamazione operata con i media che può essere controbilanciata soltanto da una iniziativa giudiziaria celere».

 Mai dimenticare il principio della presunzione di innocenza: i professionisti sono indagati, e non ancora imputati. La Procura ha una responsabilità enorme in questa vicenda. Persino ai difensori delle parti interessate è preclusa la possibilità di reperire notizie prima della chiusura delle indagini preliminari.  Come arginare la “fuga” di notizie che dovrebbero essere riservate?

«In Italia, purtroppo, sia per ragioni socio-culturali, sia anche per la mancata attuazione dell’art. 111 della Costituzione in tema di giusto processo, senza una effettiva separazione delle carriere tra inquirente e giudicante, non si è ancora riusciti a diffondere la cultura del processo accusatorio. Anche la presunzione innocenza, ulteriore cardine del nostro sistema costituzionale e giudiziario, non trova purtroppo nell’informazione spazio adeguato. E così regna una gran confusione e non si riesce a controllare la fuga di notizie, con l’aggravante che molti degli indagati apprendono la notizia dalla stampa in quanto l’avviso non ancora loro comunicato. Senza una riforma complessiva del processo penale che preveda sanzioni rigorose a carico dell’inquirente che passa la notizia giudiziaria agli organi dell’informazione prima ancora che la stessa abbia raggiunto l’interessato, si assisterà sempre ad una informazione scorretta e sbilanciata in danno della difesa e del cittadino indagato che, com’è noto, in una percentuale altissima, verrà assolto anni dopo, quando la sua immagine però sarà stata irrimediabilmente lesa».

 a cura di Argia di Donato

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